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di Franco Genzale Raccontano che da quando si è insediato a Palazzo Santa Lucia, nelle stanze che per dieci anni ospitarono Antonio Bassolino, il Governatore della Campania, Stefano Caldoro, trascorra almeno quattordici ore al giorno - e per sei giorni a settimana – a leggere carte, a consultare i bollettini ufficiali della Regione degli ultimi due anni, a spulciare tra i conti in rosso dei bilanci, a discutere sul fa darsi con i pochissimi collaboratori di cui si fida, tra i quali – in primis – il Generale della Guardia di Finanza Giancane consigliatogli quale assessore dal ministro Tremonti. Raccontano della sua completa dedizione al lavoro, letteralmente senza un attimo di respiro in questi primi quattro mesi, e delle inquietudini e preoccupazioni che lo tormentano a mano a mano che i numeri e l’ambiente politico-burocratico della Regione lo convincono sempre più che l’eredità ricevuta è equivalente ad una montagna di problemi che difficilmente riuscirà a scalare e a governare. Raccontano anche, però, che soltanto in poche occasioni, più esterne che interne alla fattispecie squisitamente politica, il nuovo Governatore abbia ceduto al gramsciano pessimismo della ragione; e che assieme all’ottimismo della volontà ci stia mettendo dentro tutto il coraggio e l’orgoglio di cui dispone per tentare di affrontare onorevolmente la battaglia difficilissima della sua Campania. Orbene, solo chi non conosce Stefano Caldoro poteva dubitare della sua totale dedizione ai problemi di Palazzo Santa Lucia; solo chi non ne ha seguito il percorso politico – tutto segnato dalla meticolosa coerenza con i valori del socialismo democratico – poteva non avere certezza che Caldoro non si sarebbe spostato di un millimetro dalla retta via politica: una via per di più illuminata dall’esempio di un padre socialista come lui, idealista quanto lui. Bisogna solo aggiungere, a completamento del profilo, che della scuola politica del socialismo italiano, anche craxiana, Stefano Caldoro ha assimilato e praticato unicamente la parte nobile: la sua onestà è a prova atomica, il suo senso dell’etica politica e dell’assoluta moralità dei comportamenti politici è fuori discussione, decisamente esemplare. Ciò detto, non si capisce, allora, perché mai Caldoro – dopo i primi “cento giorni” abbondantemente scaduti – non riesca ancora a dare un segnale di speranza, uno solo, che la Campania si stia avviando ad uscire dallo stagno per intraprendere il giusto ritmo nei processi di sviluppo del Mezzogiorno e del Paese. In questi mesi abbiamo assistito soltanto alle stucchevoli liturgie delle spartizioni per le nomine dei commissari delle Asl, a parte le sfilate – in verità un po’ goffe - delle prefiche di centrodestra che hanno quotidianamente avvilito il popolo campano con il pianto sui debiti lasciati da Bassolino. In questi primi cento e più giorni, le Province e i Comuni e gli imprenditori e i professionisti della Campania non hanno potuto leggere un atto amministrativo – uno solo – che fosse indirizzato alla ripresa di un cantiere, di un progetto, di un problema, e si son dovuti invece accontentare delle funeree notizie di revoca degli atti varati dal “bandito” Bassolino. Per carità, tutto nella norma. Ma nella norma, appunto. Niente di quanto il centrodestra uscito trionfante dalle urne a fine marzo aveva lasciato immaginare durante la campagna elettorale. Niente di quanto legittimamente ci si sarebbe atteso da un politico limpido, preparato, esperto – ancorché preoccupato nelle stanze di Palazzo Santa Lucia - come Stefano Caldoro. Sia chiaro: nessuno si aspettava miracoli. Ed ancora: siamo tutti consapevoli che gli atti amministrativi cha abbiano un qualche respiro strategico richiedono i tempi necessari. Ma il problema è proprio qui: ciò che è mancato nei primi cento giorni e che drammaticamente continua a mancare è la comunicazione di una strategia; il problema è che dopo cento giorni abbondantemente trascorsi non si riesce ancora a capire se il Governo Caldoro abbia o meno definito una strategia da offrire alla Campania per affrontare le emergenze in cui la regione sta annegando e, magari, per riprendere il cammino dello sviluppo, come altri Governi regionali di centrodestra stanno facendo già dai primi “dieci giorni” nel Nord del Paese. Stefano Caldoro è un politico limpido, capace, dotato di grande idealità ma anche di altrettanto pragmatismo: perché, allora, non riesce a dare – se non un atto amministrativo “positivo” – almeno un segnale politico di prospettiva? E’ esercizio inutilmente accademico tentare una risposta rincorrendo vecchie e nuove Questioni Meridionali, come stucchevolmente ha ripreso a fare nelle ultime settimane una certa stantia intellettualità napoletana, anche giornalistica, probabilmente non priva di interessi “particulari”. Questa accademia serve ad eludere il problema ed a riproporre il ritornello - sempre orecchiabile ma non proprio adeguato a tempi così drammatici – della inadeguatezza delle classi dirigenti meridionali, come l’altrieri ha molto dottamente riproposto Ernesto Galli Della Loggia dalle colonne del Corsera . A nostro avviso, la verità bisogna ricercarla molto più terra-terra: a nostro modestissimo avviso, la verità è che Caldoro è prigioniero delle logiche del Governo centrale interpretate da Tremonti e tutte orientate ad assecondare le indicazioni della Lega Nord; la verità è che Tremonti non ha alcuna intenzione di aprire crediti ai “cialtroni” del Sud che non siano i crediti - chissà a quali interessi da strozzinaggio – dell’annunciata Banca del Sud; la verità è che Tremonti deve fare cassa e non trova di meglio che farla rapinando le risorse Fas destinate al Sud ed assottigliando i trasferimenti ordinari dovuti al Sud. In tutto ciò c’è un preciso disegno politico, magari anche legittimo ma innegabilmente legato agli interessi del Nord. Ed è un peccato che se ne sia lucidamente accorto la Chiesa e non, ad esempio, il ministro Fitto: che quando era Governatore della Puglia si distinse per l’assoluta incapacità di spesa dei fondi strutturali europei ed ora che fa il “revisore dei conti” regionali per conto di Tremonti si atteggia – come direbbero a Napoli – a “gallo sulla munnezza” della capacità e qualità di spesa altrui. Caldoro è prigioniero di queste logiche e di queste strategie. Ed anche perciò, pur disponendo di una maggioranza molto più solida di quella di Bassolino, si è rivolto alle opposizioni invocando il bene superiore della Campania. Non è così? Lo spieghi subito, ma in maniera convincente, e senza eludere la drammaticità delle tante emergenze della Campania che tra qualche settimane gli esploderanno tra le mani. Se non è così, illustri subito e pubblicamente la sua strategia per la Campania; indichi una prospettiva. I segnali di speranza,almeno questi, non rientrano nel Patto di Stabilità. E non recheranno dispiaceri a Tremonti, dal momento che non sono richieste di moneta corrente. Assieme a Caldoro, però, farebbero bene a dire la loro anche gli altri leader del centrodestra campano. Farebbero bene per la Campania e per se stessi, dal momento che quando Tremonti dà del “cialtroni” gli amministratori e ai politici del Sud di certo non esclude le categorie del centrodestra: il Professore ha una considerazione troppo alta di sé per dedicarne ad altri, di centrosinistra o centrodestra che siano.
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