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CAMPANIA Editoriali
Aspettando Godot Stampa

di Franco Genzale
La settimana che si è appena chiusa era cominciata all’insegna dell’ottimismo: un ottimismo plasticamente rassegnato dal sorriso avvolgente di Berlusconi subito dopo l’incontro con il Capo della Lega Nord nella stupenda villa del Premier sul lago Maggiore. “Niente elezioni anticipate, né in autunno né in primavera”, avevano detto in coro Silvio e Umberto, rassicurando che “il Governo va avanti”. Nemmeno il tempo di metabolizzare la buona novella ed eccoti riaprirsi il fuoco ex amico all’interno della maggioranza: Fini non vuol saperne delle mediazioni che Bossi ha affidato a Calderoli e a Cota; guerra era e guerra resta, come si è incaricato di sottolineare il falco napoletano Italo Bocchino. Il quale, giusto per chiarire il concetto a chi non l’avesse ancora capito, ha ripetuto che il “Processo breve” è parte sostanziale di quel cinque per cento di dubbio che i finiani si sono riservati di sciogliere al momento di accordare la fiducia al Governo sul pacchetto Giustizia. Insomma, cari lettori (e cari elettori), nessuno si faccia illusioni: c’è incertezza tattica sulla data, ma le urne possono considerarsi già aperte. Anche perché, dall’altra parte, rispetto a questo centrodestra, c’è un’armata Brancaleone capace di bruciare le poche chance “costituzionali” che ha il Presidente della Repubblica per evitare l’interruzione della legislatura. Di fronte alle grandi difficoltà in cui annaspa il centrodestra, la fantasia politica del leader del Pd si è fermata alla riscoperta dell’Ulivo ed alla riproposizione di una grande ammucchiata cui affidare la guida della Guerra Santa contro il Diavolo Berlusconi. Gli effetti di cotanto senno si sono subito dispiegati: Di Pietro ha detto che mai e poi si potrà alleare con l’Udc di Casini e con Fini; in quel ch’è rimasto della “vera” sinistra i mugugni sono più sonori degli applausi al piano di Bersani; e Casini e soci – dal canto loro - nemmeno si sognano di ammucchiarsi in un cartello elettorale che farebbe perdere all’Udc il sostegno della Chiesa e dei moderati. In questa cornice nazionale la Campania si prepara ad affrontare l’autunno. Non è certo il contesto più favorevole, ma seconde vie non ce ne sono: il Governatore Caldoro è costretto a camminare sul campo minato delle tante emergenze regionali che necessitano di risposte urgenti, avendo come principale nemico, paradossalmente, un ministro dell’Economia della sua stessa parte politica ma rigorosamente impegnato a dar conto alla Lega Nord di ogni centesimo che riconosce al Sud. L’altro ieri Caldoro ha detto ai giornalisti che l’attuazione del “Piano per il Sud” indicato da Berlusconi tra i cinque punti sui quali il Governo porrà la fiducia richiede un coordinamento operativo bipartisan con la regia del ministero dell’Economia. Non si discute la bontà strategica di questo percorso. Ma evidentemente Caldoro lo ha ipotizzato prescindendo dal rischio di elezioni anticipate e, soprattutto, senza tener conto del fattore tempo, che nel contesto delle emergenze della Campania rappresenta una invariabile drammatica. E chiariamo. Punto primo: elezioni anticipate. In questa eventualità, all’interno della maggioranza si scontreranno due esigenze tattiche: quella della Lega Nord, che deve dimostrare ai suoi elettori che niente viene concesso al Sud sprecone; l’altra del Pdl, che non può lasciare campo libero al centrosinistra nel Mezzogiorno e che deve perciò impegnarsi per interventi straordinari nelle regioni meridionali. Ma attenzione: “impegnarsi” appartiene alla politica del “dire”, non a quella del “fare”; e le cronache politiche degli ultimi cinquant’anni sono lì a raccontarci quanti e quali fatti concreti sono seguiti agli impegni assunti in campagna elettorale. Dovendo dar conto soprattutto alla Lega Nord, è assai probabile che il ministro dell’Economia s’inventi una qualche formula per far percepire a portata di mano il Piano per il Sud, ma tenendo ben chiusi nella borsa sia i fondi ordinari che quelli straordinari destinati al Mezzogiorno, come peraltro sta facendo da due anni e rotti. E del resto, l’ipotesi di un coordinamento bipartisan in un contesto elettorale da guerre stellari, qual è quello che si preannuncia, sarebbe il terreno ideale per uno scontro infruttuoso tra le parti che avrebbe come unico risultato il regalo al ministro dell’Economia dell’alibi per non decidere. Punto secondo: il tempo. Le emergenze della Campania – dal crollo del Pil alla disoccupazione, dalla crisi del sistema produttivo alla sfiducia di imprenditori, professionisti e classe dirigente del pubblico impiego – hanno bisogno di tempi rapidi di intervento. Quelli ipotizzati dal “Piano per il Sud” sono tempi lunghi, troppo lunghi per evitare che la “Polveriera Campania” esploda (la definizione è nell’informativa riservata della Polizia). Va peraltro detto a chiare lettere che i fondi del “Piano per il Sud” di cui si sta parlando sono gli stessi fondi Fas e Ue, più le risorse ordinarie già maturate, destinati al Mezzogiorno ma che il ministro dell’Economia mantiene sotto chiave perché – parole sue recenti – gli amministratori del Sud sono cialtroni. Ed allora, Egregio Governatore Caldoro, qualcosa non fila nel Suo ragionamento, ancorché sinceramente alto e nobile. La gente comune della Campania comincia a chiedersi perché i cantieri che in qualche modo dipendono dalla Regione sono fermi; perché la spesa pubblica regionale è bloccata; in cambio di quali benefici reali per la collettività si è deciso di interrompere quella continuità amministrativa che avrebbe garantito l‘economia del sistema produttivo locale in attesa dei miracoli del “Piano per il Sud”: un Piano che rischia sempre più di diventare l’attesa di Godot.

 
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