Ridateci i Co.Re.Co. |
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Sull’altro versante, il disegno di legge governativo contro la corruzione – non ancora ufficiale ma noto nelle sue linee generali – non sembra contenere norme veramente capaci di incidere e svuotare i bubboni purulenti generati dalla commistione tra amministratori e burocrati disonesti e che inquinano la vita delle istituzioni. Eppure, fior di politologi e di sociologi hanno dimostrato con rigore scientifico che tra le cause della sfiducia crescente dei cittadini verso la politica e le istituzioni primeggia proprio la mancanza di trasparenza, madre di tutte le corruzioni, sprechi ed inefficienze annesse. Sul Corriere della Sera di ieri, il professor Salvati ha spiegato con estrema chiarezza che le norme contenute nel ddl governativo sull’anticorruzione sono poche è di dubbia efficacia perché – in buona sostanza – prevedono controlli interni che in larga misura già esistono e che fino ad ora non hanno impedito né la corruzione né l’inefficienza. La ricetta che ripropone Salvati è di affiancare ai controlli interni quelli esterni, “sempre pubblici, ma svolti da agenzie e istituzioni che hanno una natura terza rispetto all’amministrazione controllata”. Insomma, una sorta di “watchdogs, dei cani da guardia indipendenti, come ad esempio il New York City Controller”. Sarebbe decisamente un’ottima idea se non ci fosse un problema di spese aggiuntive per la pubblica amministrazione che lo stesso professor Salvati rileva ma che giudica secondario rispetto ai benefici che se ne avrebbero. Senza nulla togliere alla bontà della proposta di Salvati, ci tornano alla mente i vecchi Comitati regionali di controllo (Co.re.co): non erano una “magistratura amministrativa” impeccabile, ma costavano poco quanto niente e rappresentavano certamente un freno alla proliferazione degli atti amministrativi illegittimi, che sono la precondizione d’ogni forma di corruzione o di clientelismo. Oggi come ieri, i Co.re.co non sarebbero la panacea, ma quanto meno restituirebbero il diritto del controllo politico sull’attività amministrativa e dunque sulla trasparenza degli atti. Oggi questo controllo è di fatto negato, o è reso possibile soltanto attraverso il ricorso al Tar, procedura costosa alle quale i rappresentanti delle opposizioni nelle istituzioni giocoforza rinunciano, lasciandosi così campo libero ad ogni sorta di abuso con tutto ciò che con l’abuso è connaturato, a cominciare dal clientelismo per finire – appunto – alla corruzione. Non si è mai capito perché i Co.re.co siano stati eliminati; non si capisce perché nessuno proponga di ripristinarli: forse perché sono una soluzione semplice seppure imperfetta? Il meglio è nemico del bene ed il migliore alleato del male: troppo spesso ce ne dimentichiamo, preferendo aspettare Godot. Di fatto c’è che alle condizioni attuali nemmeno liste di candidati in odore di santità garantirebbero amministratori onestissimi e incorruttibili: come si dice, è l’occasione che fa l’uomo ladro; ed è chiaro che l’occasione si presenta quando diventi amministratore, non certamente prima. Va bene la pulizia a monte, insomma, ma ciò che veramente conta è che si resti puliti a valle: spontaneamente o perchè costretti ad essere virtuosi. Franco Genzale |
Rassegna Dance su TvLuna
EDITORIALE
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La discussione politica sulle “liste pulite” e sulle misure anticorruzione è durata l’arco di un mattino. Le cronache hanno restituito elenchi di candidati passati al sapone ma non certo alla candeggina, come le dichiarazioni da destra, centro e sinistra avevano invece lasciato intendere; e per di più non è stato difficile rinvenire nelle liste di destra, centro e sinistra il vizietto di premiare veline, parenti stretti e collaterali (leggi amanti), portaborse e segretarie. 